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Spazio personale di letiziaPensieri profondi...o almeno credo
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Spero k troverete accogliente il mio space BENVENUTI!
2009年2月 Pensiero di una delle notti di quest'estate...Trovato per caso. Un piccolo foglietto impiastricciato, insabbiato.... con il profumo del mare...
Io ti vedo come sei…poi come ti vorrei…e a malincuore mi accorgo che non è la stessa persona quella che guardo…tranne gli occhi…quelli mi sembrano sempre gli stessi. Sono finestre dalle quali mi sporgo per poter finalmente vededere un bambino, senza cattiveria, senza malizia, con un cuore che scalda il mio ogni volta che sei vicino a me. Ogni volta che mi ferisci vorrei dirti che “non ti potrò mai perdonare”, ma mentirei, perché alla fine lo faccio sempre. 2009年1月 Il mio piccolo elaborato per la shoa...che è stato bocciato14 gennaio ’09 Una notte lunghissima, un sonno irrequieto… Mi svegliai. Nulla intorno a me era familiare. C’era più buio del solito, avevo più freddo del solito,pensavo che forse mi ero svegliata nel cuore della notte, ma c’era una strana luce… Improvvisamente ebbi un sussulto, capii di non essere a casa ma in luogo totalmente diverso, un altro sussulto, qualcosa si mosse, non ero da sola, intorno a me tante, forse troppe persone che avevano un aspetto quasi spettrale, dure occhiaie e graffi ovunque, il viso pallido tanto da sembrare gelato e addosso solo uno straccio. Poi notai una cosa ancor più sconvolgente, dei numeri sul braccio: sembrava, però, che più che essere stati tatuati, fossero stati marchiati, come delle mucche o dei suini! Per fortuna prima che cominciassi a gridare per l’orrore una ragazza mi si avvicinò: i lineamenti belli, la figura snella, dimostrava si e no vent’anni ma sicuramente se fosse stata pulita e meno sconvolta mi sarebbe apparsa angelica e ancora più giovane, si portò un dito alla bocca rossa e sottile – shhhh – sussurrò e mi fece segno di calmarmi, non mi ero accorta dei tremori che percorrevano tutto il mio corpo come una scarica elettrica – che ci faccio qui? Dove sono? E tu chi sei? – le chiesi. Avevo mille interrogativi in testa ma non riuscivo a parlare. – siamo tutti qui per lo stesso motivo – disse la ragazza e con un lieve movimento del mento mi chiese di guadare il braccio. 134658 era il numero inciso sul mio braccio…di colpo rabbrividii. – come ti chiami? – le chiesi con voce tremante, ma quella si limito a mostrarmi solo il numero inciso sul suo braccio, lo fissò anche lei, il suo sguardo era vuoto, non si leggeva paura nei suoi occhi, ma solo rassegnazione. Provai a sorriderle e le chiesi ancora – come ti chiami? – non ricevetti una risposta immediata, il suo sguardo vagava nel vuoto come se cercasse di ricordare, mi sembrava assurdo che qualcuno potesse scordare il proprio nome. Dopo un po’ mi guardò con aria interrogativa e disse – Betty, credo di chiamarmi Betty – un altro brivido mi percorse il corpo e allo stesso tempo una pena infinita invase il mio cuore. Guardando tutte quelle persone mi accorsi immediatamente che avevano tutti lo stesso sguardo assente e rassegnato, sembrava come se ognuno di loro stesse ripercorrendo, attraverso i ricordi, la propria vita, tutti avevano una storia diversa, era evidente, ma una cosa li accomunava, il loro presente e probabilmente anche il futuro. Erano tutti pronti a morire, pronti ad affrontare una fine ingiusta e insensata che qualcuno aveva deciso per loro, a causa di una “colpa” mai commessa, della loro natura, della loro essenza. Ad un tratto Betty sembrò ascoltare i miei pensieri e mi scosse con le sue parole – sei preoccupata? – mi chiese, ma più che una domanda sembrava un’ affermazione e non le risposi – stai tranquilla dicono che non si capisce che cosa accade quando… – prese fiato – insomma ci fanno un favore secondo me, non ce la faccio più a stare qui, sarà bello essere di nuovo “liberi” - . Non riuscii a risponderle. Non ero per niente preoccupata di quello che da lì a poco sarebbe successo, una parte di me si rendeva conto di quanto tutto cioè fosse assurdo, che probabilmente fosse tutto semplice frutto della mia immaginazione, ma non riuscivo ugualmente a non provare pena per quella gente, dopotutto sognare è come guardare un film di cui tu stesso sei il regista ed è impossibile non immedesimarsi in alcune vicende. Guardai ancora quei martiri e intravidi un uomo, diverso dagli altri, più pulito e nei suoi occhi un barlume di speranza, doveva essere il Kapò, vicino a lui un soldato, anzi un sergente a giudicare dalle medagliette sulla divisa. Lentamente mi avvicinai ai due e mi fermai proprio vicino al sergente delle SS, strano a dirsi ma mi parve che avesse lo sguardo dolce, cosi cercando di dare un tono convincente alla mia voce ruppi l’imbarazzante silenzio che si era creato nella stanza – salve – esordii – mi chiamo L…Lucy – non so perché mentii sulla mia identità, la stanza in quel momento si riempì di sussurri e sentii tutti gli occhi puntati su di me, occhi improvvisamente timorosi, occhi curiosi. Capii che probabilmente stavo facendo qualcosa che nessuno prima d’ora avesse mai fatto; mi schiarii la gola e prima che il sergente potesse interrompermi , in realtà era strano che non lo avesse già fatto, proseguii – può dirmi perché? Perché tutto questo? e perché lei lo fa? Insomma non si sente… - non mi lasciò neanche finire la frase che esclamò – eseguo gli ordini – ma subito lo incalzai – perché? Non le dispiace per questa gente? – e con un gesto largo indicai la folla attorno a noi. L’uomo non sembrò turbato dalle mie parole, sembrava che si fosse posto quelle domande già tante volte, dopotutto era quasi impossibile non farlo, infatti ci mise poco a rispondermi – bambina – lo sguardo che si era fatto sempre più dolce improvvisamente diventò pieno di amarezza – ritengo inconcepibile che un capo subalterno non esegua gli ordini impartiti dal capo dello Stato! – concluse cosi la sua breve ma eloquente spiegazione. Se la storia di Betty, la ragazza che non riusciva quasi a ricordarsi il proprio nome mi era sembrata triste, questa del sergente, impotente davanti alla crudele realtà e divorato dai sensi di colpa, mi turbò nel profondo, non c’erano alternative, erano tutte marionette in mano ad un burattinaio impazzito. Non mi servii porre altre domande né al sergente né ad altri, era tutto brutalmente chiaro e irreversibile. Dopo qualche ora, che a me parve più un battito di ciglio, dei soldati ci condussero fuori dalla stanza, poi fuori dallo stabile: attorno a me solo colori come grigio, nero, marrone fango, né il verde vivace della vegetazione, né l’azzurro allegro del cielo,sembrava che anche la terra soffrisse insieme a noi. Ci condussero ancora in un altro stabile, grande quanto quello precedente, ma le pareti di questo erano percosse da lunghi tubi, inizialmente non intuii a cosa potessero servire, solo quando entrammo all’interno dello stabile capii cosa stava per accadere da li a poco. L’avevo studiato a scuola, le camere a gas, ci portavano i martiri affermando che fossero delle comuni docce, per evitare il delirio delle vittime di fronte alla morte, li facevano spogliare e li chiudevano tutti li dentro, dopo di ché venivano aperte le “docce”. Camminavo con gli altri per i corridoi dello stabile e cercai con lo sguardo la mia nuova amica, durante la ricerca mi chiedevo perché tutte quelle persone non lottassero per salvarsi, non riuscivo a capire come potessero rimanere cosi impassibili davanti a tutto ciò, poi trovai il volto che stavo cercando e lasciai tutte le mie domande prive di risposte, corsi verso Betty e le strinsi forte la mano che era gelida e sudata, probabilmente a causa del freddo, anche se ero quasi certa che fosse la tensione. Entrammo in una stanza e un nodo mi strinse la gola, questa sensazione svanì solo dopo aver capito che era la stanza dove dovevamo spogliarci,allora al dolore subentrò l’imbarazzo, tutti si tolsero senza problemi quel poco che avevano addosso, in effetti era stupido farlo quando sai che tanto, da lì a poco, sarà la fine. C’erano uomini, donne, bambini e anche anziani, insomma non mancava proprio nessuno, alcune madri stringevano al petto scoperto i propri figli, alcuni uomini si coprivano la faccia con le mani, altri piangevano, altri ancora pregavano sottovoce,tutto avveniva discretamente, non uno strillo, nessuno perdeva il controllo. Ci spostarono finalmente nell’ultima stanza, era facile capire che fosse quella, bastava lanciare uno sguardo in alto per capirlo. Stavolta fu Betty a stringere la mia mano, solo un po’ più calda della sua, almeno cosi mi era sembrato e mi disse – promettimi che ti ricorderai di me- e una lacrima le rigò il viso serafico – di noi – ribatté, mentre le porte della camera venivano chiuse dietro di noi. Era come se sapesse che per me non sarebbe stata la fine, come se per un giorno fossi stata una curiosa ospite, come se fossi una spettatrice che assiste ad una esecuzione. Cercando di ignorare l’incendio che stava divampando nella mia gola e le lacrime che offuscavano la mia vista le risposi – te lo prometto – mi avvicinai ad un suo orecchio e le sussurrai – per sempre! – .
La mattina svegliarmi fu dura, ero turbata dalle fantasie notturne e la mia vista era ancora offuscata dalle lacrime, solo un ricordo aveva il pieno possesso della mia mente, Betty, poi dopo cominciai a ricordare anche tutto il resto e fui felice che fosse stato solo un sogno, che è diventato però un ricordo indelebile nella mia memoria. 2008年11月 A volteA volte hai voglia di scappare e rifugiarti in un posto lontano, da tutto e tutti, pensando che sia la migliore cosa da fare, quando invece forse la cosa più giusta e utile dovrebbe essere misurasi con gli altri anche a costo di uscirne sconfitti, sarebbe meglio giocare alle auto-scontro con i problemi e fronteggiarli invece di farceli rimbalzare addosso. A volte la testa ti gira cosi tanto che ti fa perdere il contatto con la realtà, con le persone, diventi come una di quelle trottole che vengono lanciate sul pavimento e girano, girano, girano respingendo tutto quello che gli è attorno, persino l’aria stessa e quando non ci riesce si schianta e finisce per ritrovarsi immobile e sottosopra sul pavimento. A volte ti senti come se avessi un peso sul petto che impedisce il regolare respiro, facendolo diventare affannoso e ansimante, quel peso sono tutte le preoccupazioni che ti affliggono e convergono lì dove dimora il cuore, in cerca di un qualche sollievo. A volte è anche difficile solo parlare con un proprio simile, nonostante esistano tante forme di linguaggio che possono essere più esplicative di quello diretto della parola, basterebbe uno sguardo, un gesto, un suono, macché, tutti hanno bisogno di certezze e non si accontentano di queste piccole espressioni ignorando che è più facile che si menta parlando invece che guardando, diventa più semplice nascondersi dietro una bugia perché quando una persona ti guarda negli occhio tu non hai via di fuga e le emozioni non si possono camuffare. A volte dopo che sbagliamo ci torturiamo per cercare di rimediare agli errori, quando forse sarebbe sufficiente scusarsi , per certe cose, poi, scusarsi non serve a nulla perché non tutto si fa inconsapevolmente e sarebbe come tradirsi porgendo finte scuse per poi perseverare nell'errore.
A volte un tremore può essere la risposta ad una tua domanda, perché risponde il corpo al tuo posto. A volte si perde tempo a sognare di essere felici e contenti, invece di impegnarsi per esserlo, perché nei sogni se qualcosa non ti piace puoi sempre ricominciare da capo e cancellare tutto dalle mente come si cancella una lavagna, ma la vita non è una lavagna, è un libro e se sbagli può sempre rimediare voltando pagina e creando un bel finale. A volte, a volte, a volte … A volte sarebbe meglio fregarsene di cosa è meglio o peggio: sbaglia, inciampa, cadi, perché se sei fortunato quando alzerai la testa troverai un amico che ti tende la mano.
2008年10月 Far AwayFar Away This time, This place Cosi lontano.... Questo tempo, questo luogo 2008年9月 Per te...Ad un’Amica
Non ho bisogno di guardarti per sapere che stai male: la tristezza e la malinconia che in questo momento ti angosciano oltrepassano ogni muro, ogni spazio, ogni aria e arrivano fino a me che desidero sapere come stai. Sembra cosi assurdo che la cosa che ti rende più felice al mondo sia anche quella che pian piano ti soffoca fino a farti mancare il respiro, fino a spegnerti, fino a perderti. In questi casi ci si dovrebbe chiedere se ne vale la pena, essere diversi da quello che si è per poter essere felici insieme alla persona che si ama... Ma allora tutti i bei discorsi sull’amore che rende liberi, leggeri, sereni perché proprio non si ha bisogno di fingere o nasconderti… ma si può essere ciò che si è senza maschere ne compromessi, ma allora di tutte queste belle parole che te ne fai? Nessuno ha il diritto di dirti cosa sia meglio per te, però sicuramente ti sarai accorta del tuo assopimento quando specchiandoti negli occhi di un’amica non vedi più un sorriso ma una smorfia contratta e bugiarda che vuole nascondere un dissidio.
Questa dolce canzone la dedico a te...
LOST Persa
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